I ragazzi del Comprensivo 3 incontrano il caso letterario Francesco D’Adamo

 

“La storia di Iqbal” è un libro importante per il tema di cui parla, ovvero lo sfruttamento minorile: infatti la storia narra di questo bambino che combatte contro questo orribile fenomeno; un romanzo importante anche perché è stato tradotto in tutto il mondo, pensate. E oggi l’autore, il milanese Francesco D’Adamo, è venuto a farci visita nella nostra Aula Magna!

Lo scrittore si è incontrato con tutte le terze del Comprensivo 3 e alcuni ragazzi della 1C, accompagnati dai docenti Michela Vitaliani, Maria Rosaria Sanità, Gerardo Gatta, Michele Carnevale e Candida Borrelli. L’incontro è iniziato con due bellissime presentazioni in PowerPoint a cura dei ragazzi della 3C che, sotto le note di “We are the world” degli USA for Africa (un gruppo di centinaia di cantanti fra cui Michael Jackson, Lionel Richie e Stevie Wonder) e “Heal the World” dello stesso Jackson, hanno da una parte spiegato il fenomeno dello sfruttamento minorile, da un’altra approfondito come quest’ultimo fosse stato oggetto anche di numerosi romanzi, come “Rosso Malpelo” o “Oliver Twist”. I lavori hanno ricevuto i sinceri complimenti di D’Adamo, che poi ha chiamato i “coraggiosi” che gli volevano porgere domande vicino a sé: ne è riuscito a radunare una trentina e, seduto sul tavolo dell’Aula Magna, ha risposto a tutti i quesiti. Eccone alcuni, con le rispettive risposte.

Qual è il passaggio più difficile da scrivere in un libro?

Trovare il finale è sempre la cosa più complicata da scrivere, siccome un lettore che ha letto un libro avvincente potrebbe rimanere deluso da un finale non adatto. Io c’ho messo tantissimo a pensare a un finale per Iqbal; a un certo punto pensavo di farlo restare vivo.

Qual è il suo personaggio preferito?

Fatima, perché le ho dato il compito di raccontare la storia di Iqbal. Quando si decide di mettere un narratore interno bisogna calarsi nei panni di quel personaggio: per cui sono diventato una ragazza pakistana di 17 anni, ho fatto ricerche infinite per scoprire i nomi dei loro abiti. Ma è anche questa una delle meraviglie del mestiere dello scrittore.

Come mai e quando ha deciso di fare lo scrittore?

Era un mio sogno dell’infanzia. Poi, alle elementari, avevo un maestro (Ugo, ndr) straordinario, che l’ultima mezzora, quando eravamo sfiniti, prendeva un libro e ce lo leggeva; ma lui era diabolico nell’interrompere la storia sul più bello e quando tornavamo a scuola il giorno successivo, ci chiedevamo come andasse a finire. Lì ho capito che da grande avrei scritto.

Ha mai vissuto esperienze traumatiche? Ha conosciuto dei bambini come Iqbal?

Grazie a Dio, non ho avuto esperienze traumatiche, ma ho conosciuto due ragazzini come Iqbal: sono stato invitato in un auditorium di un paesino vicino Milano perché c’erano due ragazzini lavoratori di Lima, uno di 13 anni, l’altra di 16, che erano stati invitati a raccontare le loro esperienze. La cosa impressionante era che il bambino, che dimostrava tre anni di meno, ragionava e parlava come un adulto: questo perché sono stati privati brutalmente della loro infanzia, ma anche perché chi non sviluppa, in quelle situazioni, ragionamenti maturi, difficilmente riuscirà a sopravvivere.

È stato anche in Pakistan, il luogo dove si svolge la sua storia, per documentarsi?

No, ho cercato su Internet tutto quello che mi occorreva.

Per lei scrivere che cosa rappresenta?

Rappresenta la mia passione, scrivendo racconto chi sono io, qual è il mio modo di vedere il mondo.

Come le è venuto in mente quel finale così particolare?

Dovevo raccontare la morte violenta di Iqbal nel modo meno violento possibile: alla fine mi sono inventato la lettera di Maria a Fatima,che aveva appreso la notizia della morte dell’amico per sentito dire.

Se avesse potuto conoscere Iqbal, cosa glibavrebbe detto?

Credo che non gli avrei detto niente.

 Ha preso spunto da qualcuno per i suoi personaggi?

No, ma uno scrittore, per quanto si deve impegnare per inventarli, crede improvvisamente che i suoi personaggi siano veri.

Quando ha deciso di scrivere il libro?

Io ho saputo la sua storia tramite giornale e dopo averlo letto ho deciso che ne avrei fatto un libro, perché è una storia unica, straordinaria, che non va dimenticata.

Le è piaciuto scrivere la storia di Iqbal?

Sì, moltissimo, per i motivi che ho detto prima. Ti dirò di più: è più difficile scrivere la storia di un personaggio realmente esistito, perché quando un personaggio te lo inventi gli fai fare quello che vuoi, mentre qui tu non puoi scrivere cavolate. Infatti, a un certo punto, mi sono sentito in imbarazzo.

Come hanno accettato il libro alla casa editrice?

Quando l’ho proposto all’Einaudi mi hanno detto: “Guarda, è una bella storia, ma è un po’ troppo drammatica, troppo triste”. E io gli ho risposto: “No, Iqbal muore, ma non perde. Perché la sua morte è come una vittoria, ha fatto capire al mondo che si può combattere lo sfruttamento minorile con il semplice coraggio di un bambino innocente”. Lì i loro dubbi se ne sono andati.

Qual è il suo romanzo preferito?

“Moby Dick” di Hermann Melville: è una storia di un capitano pazzo che passa tutta la vita a cercare di catturare questa enorme balena bianca, che alla fine lo uccide. Io non ci capisco niente di vela, di queste cose dei marinai, ma quel libro mi ha dato tantissimo. Leggere è bello anche per questo.

Abbiamo letto che gli unici personaggi veri nel suo romanzo sono due: Iqbal ed Eshan Khan, il liberista. Lo ha mai incontrato?

Sì, l’ho invitato a Milano poco dopo la prima uscita del mio romanzo. Quando l’ho preso a Malpensa, ero in totale imbarazzo: me lo immaginavo basso, magro, con barba nera. Invece era alto, grosso e con baffoni bianchi. Ma alla fine anche immaginarsi personaggi reali e poi vederli veramente è una delle cose che capita più spesso agli scrittori.

In quali condizioni le piace scrivere?

Mi devo chiudere nel mio studio per scrivere. Se entra qualcuno sono guai, tranne per il mio grosso e grasso gatto, Billy. Alla fine un gatto non disturba molto, fa solo avanti e indietro per la stanza!

Come avete letto, le domande sono moltissime, così come gli alunni che hanno accerchiato il povero D’Adamo nel tentativo di farsi autografare qualche foglio. Anche da questo possiamo dedurre che c’è stato grande entusiasmo per l’incontro con questo scrittore e anche le docenti di lettere presenti in Aula Magna, ovvero la Vitaliani e la Borrelli, si sono dichiarate felicissime.

 

                                                                                 Pietro Sordi

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